UNA LUCE NEL BUIO
Non mi sarei mai sognata di assistere a un Festival di Sanremo se non ci fosse stato, come quest’anno, il rientro di quello che reputo essere uno dei più grandi artisti musicali italiani di tutti i tempi: Gianluca Grignani.
Non sono un critico musicale; non sono in realtà nessuno per esprimermi in un settore che conosco poco. Mi limiterò, dunque, a parlare in qualità di fan del cantautore e un po’ anche nella veste di professionista che combatte da decenni la manipolazione di massa e la violenza psicologica che spesso ne consegue.
Provo a riassumere in breve chi è Gianluca Grignani, per chi non dovesse conoscerlo: un giovane bello e talentuoso che nel 1994 spacca giustappunto a Sanremo con un brano che venderà milioni di dischi e lo farà conoscere al grande pubblico.
Apparentemente confezionato a puntino per rubare i cuori delle ragazzine e fare alzare la classifica delle hit più ascoltate Grignani produce testi caldi e originali, la sua musica è ricercata e, pur parlando di sentimenti e passioni, si sgancia notevolmente dalla pletora di autori melensi e scontati.
Nel giro di pochi anni si afferma come uno dei pilastri della musica rock italiana e nell’arco della sua carriera vince numerosi premi e riconoscimenti grazie anche all’originalità delle sue composizioni ritenute costantemente fuori dagli schemi.
Ribelle, trasgressivo, rivoluzionario, geniale come lo furono pochi altri prima di lui, John Lennon ed Eric Clapton inclusi, Grignani continua nel tempo non farsi influenzare da mode e cliché; i suoi testi sono intensi e diversi da quelli dei colleghi, la sua musica è potente ed entra nella testa e nell’anima di chi l’ascolta.
Malgrado la curiosità mediatica si tratta di uno dei pochissimi personaggi pubblici che riesce a mantenere un riserbo quasi assoluto sulla propria vita privata, esattamente il contrario di quei soggetti che non appena sentono vacillare la notorietà chiamano i paparazzi per farsi sorprendere e creare lo scoop. Si capisce da subito che non si ha a che fare con il solito fanatico a caccia di visibilità, anzi: a questo ragazzo della fama non importa assolutamente nulla, il successo per lui è come se fosse un peso da portarsi obbligatoriamente dietro per poter fare la musica che vuole; una sorta di prezzo da pagare ed è per questo che decide di sottrarsi alle ordinarie regole di marketing, marchette e pubblicità. E ne dà definitiva prova producendo nel 1996 un album, La fabbrica di plastica, che rappresenta un urlo di rivolta al mainstream.
A seguire altri capolavori indimenticabili che hanno segnato la storia di una musica italiana sempre meno coinvolgente e sempre più banale e prevedibile.
Il poco che trapela della sua vita privata riguarda quella sentimentale; si sposa giovanissimo con Francesca Dall’Olio, fotografa incontrata su un set di lavoro dalla quale avrà quattro figli a breve distanza l’uno dall’altro: due femmine e due maschi.
Poi iniziano a girare su di lui notizie meno edificanti, riguardanti suoi supposti eccessi con droghe e alcool, sulle quali inevitabilmente quella stampa perlopiù costituita da sadici sciacalli si concentra utilizzandole, amplificandole, decontestualizzandole e strumentalizzandole in ogni occasione.
Non credo siano esistite al mondo grandi rock star che non abbiano fatto uso di sostanze a partire dai Beatles, che non si facevano alcun problema a dichiararlo pubblicamente, per continuare con centinaia di band e cantanti sia stranieri che italiani. Un elenco che potrebbe richiedere decine di pagine.
Eppure l’accanimento riguardo a un ipotetico uso di stupefacenti da parte di Grignani va divenendo sempre più feroce, come se si trattasse dell’unico artista al mondo dedito a certe abitudini ma, soprattutto, cose se tutti quelli concentrati a puntargli il dito contro fossero esempi in terra di morigeratezza e santità.
Dopo qualche concerto in cui si era sentito male e aveva nuovamente ricevuto addosso il liquame della stampa, l’artista sparisce per un po’ di tempo. La pressione mediatica è tanta ed è probabilmente divenuta insostenibile per lui, come lo sarebbe stata per chiunque, gli attacchi da parte degli sciacalli sempre più gratuiti e vi si aggiungono da un po’ di tempo anche i social.
La sua presenza e le sue canzoni mancano da morire ma noi fans lo attendiamo fiduciosi e gli mandiamo tonnellate di energie positive.
Gianluca torna nel 2020 e pubblica tre nuovi singoli che non incontrano l’entusiasmo della critica ma quello di buona parte dei suoi fans. Il cantautore è visibilmente sofferente. Si vede dai videoclip e dalle trasmissioni cui prende parte. In linea con la sua autenticità si mette a nudo con chi lo intervista e spiega di aver attraversato un periodo molto impegnativo che lo ha messo a dura prova sia su un piano personale che professionale. Dopo anni di silenzio gli sciacalli sfigati non riescono a crederci: possono tornare a infierire su una persona in una situazione di particolare fragilità psicologica e di nuovo il via alla tortura mediatica. Ma Gianluca non sparisce. Affronta con grande dignità chi lo tempesta di domande e non gli riserva la sensibilità che meriterebbe. In cuor suo sa bene che per tornare a fare musica nella maniera che intende lui a questo punto qualche compromesso vada fatto.
Con gli sciacalli tornano gli haters sui social: quanta terribile invidia manifesta questo manipolo di immensi frustrati che nella vita non sono riusciti a concludere niente e si divertono tanto a sparare su chi ha avuto l’unica colpa in natura di essere nato geniale e come tutti i geni, quindi, diverso.
Ma gli heaters, lo so per esperienza si consumano male da soli. Spesso si ammalano, vivono nella disperazione, si contorcono nella bile, soffrono tutta la vita.
Gianluca fortunatamente dei detrattori se ne frega. E’semplicemente tornato quando ha deciso di tornare e noi eravamo lì tutti quanti a braccia aperte ad aspettarlo.
Contro ogni aspettativa, senza che si comprenda esattamente che cosa sia accaduto nella sua vita che gli abbia dato la forza di rimettersi in gioco, l’artista si presenta al teatro Ariston in occasione della settantatreesima edizione del Festival di Sanremo, con una canzone scritta per il padre. Un brano composto in passato, messo da parte e rispolverato da un cassetto.
Ed ecco che sullo sfondo spento anacronistico e noioso del Teatro Ariston, che vede stavolta accanto al bravo presentatore Amadeus l’emblema della non autenticità e mancanza di passione Chiara Ferragni , un Grignani che risplende come una luce nel buio.
Ero seduta sul divano immobile, paralizzata dall’emozione, di rivederlo ma più che altro di risentirlo. Mille le domande dentro di me. Starà bene? Ce la farà? Non ci saranno incidenti sul palco? Si innervosirà? In fondo non si tratta di un contesto ottimale per un’artista del suo calibro e del suo temperamento. Sono lì tutti impettiti e ingrigiti, un po’ tetri, Amadeus a parte…Riuscirà a sopportare tutto questo?
Appena compare sul palco tutte le domande scompaiono e lasciano spazio alla certezza che è veramente tornato.
La canzone, per chi lo segue da tempo, è assolutamente meravigliosa, ma non possiede il classico taglio sanremese e naturalmente non potrà vincere. Sono sicura che Gianluca lo sapeva benissimo.
Vincono naturalmente i testi più orecchiabili e comprensibili, gli autori più convenzionali.
Eppure l’unico vero vincitore di questo Festival è proprio lui, Gianluca, che fregandosene altamente delle voci girate per anni sul suo conto e anche delle accuse riguardanti il prender parte a una manifestazione canora troppo tradizionale per uno come lui è tornato a farsi vedere alla luce del sole come a voler omaggiare tutti noi che per anni siamo stati lì ad attenderlo e sostenerlo.
Se da un lato la sua partecipazione a Sanremo ha sicuramente costituito un’importante occasione di rilancio professionale, dall’altro l’artista uomo è tornato in qualche modo a ricordarci che esistono ancora doti sempre più dimenticate e rare: l’autenticità innanzitutto, la spontaneità, l’empatia, l’esser diretti, genuini, privi di fronzoli, gentili, energici e appassionati.
Grande prova di ciò è stata data in particolar modo nella serata di esibizione a due con la collega Arisa. A differenza di tutti i precedenti colleghi l’artista è riuscito a coinvolgere per ben tre volte un pubblico semi imbalsamato ad accompagnarlo cantando a squarciagola con accanto una dolce Arisa visibilmente emozionata ma anche lusingata di poter essere lì a esibirsi con un mostro sacro.
La scena più bella di tutto il Festival e stata la gioia dipinta negli occhi dei due direttori d’orchestra Enrico Melozzi e Beppe Vessicchio mentre dirigevano il folle duo.
Ho visto sguardi di chi ti aveva aspettato tanto che non avrebbe più sperato di poterti rivedere in quella splendida forma di nuovo carico come una volta e pieno di cose da dire ed emozioni da far provare.
Sei tu il grande vincitore morale Gianluca perché hai dimostrato che se anche i propri demoni non sempre si possono sconfiggere talvolta si possono bypassare e la grande differenza tra te e la massa consiste nel fatto che demoni li abbiamo tutti ma solo in pochi non si vergognano di metterli in luce.
Tu ce l’hai fatta da solo, così come è sempre stato, ma intorno a te ho visto tantissimo amore, sia in queste serate che in questi anni che sei mancato e sono fermamente convinta, come una volta hai detto tu in una tua canzone, che “ … l’amore è un pensiero che attraversa l’universo. Quando pensi che non c’è più lui torna a chi si è perso”.
Cinzia Mammoliti
Grazie Cinzia, la tua è testimonianza a sua volta di grande coraggio e passione civile.