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Il libro di Cinzia Mammoliti I serial killer dell’anima, edito nel 2012 per Sonda, si presenta come una guida per il riconoscimento, il trattamento ed il superamento della violenza psicologica.
Un fenomeno tragicamente sottostimato che tuttavia rappresenta – nei numeri e nell’esperienza dell’autrice – la fattispecie più frequente di violenza domestica, della quale assomma i caratteri più ricorrenti: dominio, prevaricazione, aggressività, menzogna e falsità.
Impossibile trattare un tema così diffuso, e tuttavia così misconosciuto, senza due strumenti fondamentali: il primo è una lunga esperienza, che Cinzia Mammoliti ha accumulato prima nel campo della criminalità minorile e poi in quello della violenza sulle donne; il secondo è la delicatezza di chi sa che dietro ogni storia, dietro ogni nome femminile che viene citato nel libro, si nasconde una persona che ha attraversato, e ancora attraversa, il difficile percorso di ricostruzione della propria autostima.
Ecco allora che, dopo le prime pagine, quel che sembra un manuale assume quasi i contorni di un romanzo di formazione, il cui protagonista è chiunque, perché chiunque può trovarsi nelle condizioni di essere vittima di violenza psicologica.
Per quanto il libro si concentri infatti su esperienze femminili, l’autrice ribadisce come questo genere di violenza possa essere agito da chiunque disponga di una qualche forma di potere sull’altro: il datore o la datrice di lavoro, i genitori, il proprio compagno o compagna e così via. Certo, se si parla di numeri il discorso è diverso, con le proporzioni che crescono esponenzialmente quando chi si trova in posizione di vittima è di sesso femminile.
I due concetti chiave che emergono dal libro, e che andrebbero a questo punto inseriti a viva forza nel lessico collettivo sulla violenza contro le donne, sono autostima e rispetto: non vi è vittima di violenza psicologica che non abbia problemi con la propria autostima; non vi è un rapporto equilibrato senza rispetto per l’altro. Strana parola, rispetto, che in sé vuol dire solo guardare di nuovo, ma che sottende un intero repertorio di attenzioni e di riconoscimenti verso l’altro.
Un concetto, sottolinea l’autrice, estremamente fuori moda in tempi d’individualismo e arroganza come i nostri.
Non stupisce allora che il fulcro analitico de I serial killer dell’anima sia la manipolazione, vale a dire la capacità di influenzare i comportamenti degli altri. Troppo spesso trattata come materia da grandi oratori o da profeti dei mezzi di comunicazione, è in realtà una pratica messa in atto quotidianamente da persone come noi verso persone come noi (o dovrei dire, con maggiore rispetto del libro, da uomini come me verso donne come le sue protagoniste).
Si conoscono anche altri personaggi dai nomi sospetti, come i vampiri energetici, persone che nascondono dietro il proprio aspetto da essere umano il potere – ed il volere – di assorbire energie positive dagli altri facendo uso di un vasto novero di strumenti, dal vittimismo all’aggressione verbale, dalla menzogna alla più fredda razionalità. Vampiri che utilizzano articolate strategie di comunicazione per dare sfogo al proprio narcisismo, che fatalmente non trova corrispondenza – o non la trova a sufficienza – con la realtà dei fatti e della vita che conducono. La manipolazione come contrappunto all’insoddisfazione che, narcisisticamente, non può che dipendere dagli altri.
Ma nel libro ci si scontra, soprattutto, con le storie di Simona, Laura, Ludovica, Floriana, Marina, Rina e Viviana, che insieme ad un’esperienza personale dell’autrice compongono il mosaico delle manifestazioni più ricorrenti di questo genere di violenza, e accompagnano la ricostruzione psicologica delle varie fasi del fenomeno.
Si osservano così da vicino i comportamenti del manipolatore e le sue strategie retoriche, gli stadi di sviluppo e consolidamento di “relazioni perverse” tra manipolatore e vittima, e le conseguenze sulle donne che ne sono state partecipi.
Le voci delle protagoniste sono però lì a ricordarci che da questo tipo di relazioni si può uscire, se si riesce a raggiungere il livello sufficiente di consapevolezza della propria condizione. Non casualmente, il primo dei dieci passi da compiere, secondo l’autrice, è proprio la razionalizzazione non del fenomeno – che in sé si presta, da parte della vittima, a forme di pensiero “magico” o auto-assolutorio – bensì della decisione presa a riguardo.
Ma devo fermarmi, perché con brevi riassunti non farei giustizia ad un testo strutturato che merita di essere letto e sul quale ciascuno potrà fare le proprie riflessioni.
La mia l’ho fatta. Chiudo quindi la recensione tornando a dare la parola all’autrice, alla ricerca di un “e poi?” anche per il cattivo di questa storia, il maschio manipolatore, che ne esce a pezzi e senza possibilità di redenzione.
Il libro ci descrive una strada di speranza per le donne vittima di violenza psicologica, che culmina, dopo un lungo processo, in una nuova vita liberata.
E l’occhio corre al giornale di oggi, con la notizia di una donna uccisa da un uomo dopo due anni di stalking, con processi in corso; è questo l’unico destino possibile per il manipolatore? Fermato in tempo dalla giustizia, o trasformato da serial killer dell’anima ad assassino tout court?
Matt.one Corvo Rosso


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