La devianza minorile e le baby gangs

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LA DEVIANZA MINORILE E LE BABY GANGS

Quando si parla di delinquenza in genere si tende a immaginare il criminale adulto che conduce una vita ai margini della società violando le regole di convivenza civile e infrangendo costantemente le leggi. Pensare a individui strutturati e consapevoli che delinquono può più o meno colpire, indignare o lasciare indifferenti.
Un fenomeno che, però, non può essere ignorato da nessuno é quello della devianza minorile.
Fa male pensare a un bambino criminale. Perché lo diventa? Quale immensa frattura é intervenuta a interrompere un processo di crescita sana, quella alla quale ogni fanciullo ha diritto? Vandalismo, estorsioni, rapine, risse, pestaggi, i cui autori si collocano tra i 12 e i 18 anni da luogo a un particolare tipo di criminalità, presente ormai da tempo sul nostro territorio e in costante crescita, messa in atto dalle baby gang, vere e proprie bande organizzate costituite sia da minori italiani che da immigrati stranieri. Riguardo a questi ultimi se i nomadi rumeni si dedicano prevalentemente ai furti, i nordafricani vengono impegnati nello spaccio di droghe mentre ecuadoriani, peruviani e cileni commettono i reati più segnati dalla violenza fisica.
Secondo un recente rapporto del Centro per i Diritti del Cittadino, mentre nella capitale e nel sud Italia i piccoli criminali sono principalmente di nazionalità italiana, nel nord le baby gang sono formate maggiormente da gruppi sudamericani. La struttura di questi gruppi é simile a quella delle bande criminali, con un’organizzazione interna e una strategia di attacco. Nascono in quartieri o in determinate zone, di cui gli appartenenti alla banda si sentono in qualche modo padroni, si attribuiscono originali nomi che li contraddistinguano dalle bande rivali e si fanno la guerra seminando il panico sui territori prescelti.
Non mancano elementi femminili al loro interno che spesso sono anche più aggressivi dei loro compagni di squadra per dimostrare a questi ultimi la loro “parità”.
Non sempre c’é una logica nella scelta delle vittime. Talvolta si tratta di persone percepite come più deboli: diversamente abili, anziani, barboni, persone appartenenti ad un’altra razza o di diverso orientamento sessuale, altrimenti può andar bene chiunque capiti loro sotto tiro.
La modalità delle aggressioni è quasi sempre la stessa. Viene individuata la vittima e circondata senza darle alcuna possibilità di reagire, si procede poi all’intimidazione insultandola per poi picchiarla.
Non di rado le malefatte commesse vengono riprese e i video autocelebrativi vengono caricati su Youtube e su altri siti mentre social network come Facebook Hi5 vengono utilizzati per tenersi in contatto tra loro.
Cosa spinge questi giovani ad agire così ? Si sente parlare spesso di malessere generazionale, di caduta e vuoto di valori, ma non credo si possa generalizzare un problema così delicato. Innanzitutto, per individuare le cause del fenomeno ritengo debba esser fatta una netta distinzione tra ragazzi provenienti da famiglie disatrate e vittime a loro volta di violenza assistita e giovani che invece appartengono a nuclei familiari, almeno apparentemente, solidi e ben strutturati.
Nel primo caso intraprendere una strada sbagliata, vale per gli italiani, come per gli stranieri, costituisce la conseguenza dell’abbandono affettivo e della mancanza di una guida.
Una situazione economica e familiare precaria, l’allontanamento dal Paese d’origine, località residenziale e luoghi frequentati vicini ai punti di ritrovo dei malavitosi, maltrattamenti subiti o ai quali si é soliti assistere in casa, son tutti fattori che possono slatentizzare una forte aggressività soprattutto in un momento delicato della vita come quello dell’adolescenza.
Il giovane, disperato, sente il bisogno di affermare la propria identità attraverso l’appartenenza ad un gruppo di pari e ricorre all’estremizzazione del bullismo per gridare al mondo la sua esitenza e il bisogno di attenzione
Diversa é, invece, la realtà per quei ragazzi che, al contrario son cresciuti “”nella bambagia e hanno alle spalle famiglie spesso benestanti. In questo caso é forse più appropriato parlare di caduta di valori. Una societa’ adulta, senza valori, o che comunque non e’ più capace di trasmetterli; famiglie il cui unico modello etico consiste ormai nell’ accumulazione di benessere; una classe politica che sponsorizza di fatto una cultura dell’ illecito, con una sistematica delegittimazione dell’ autorita’ giudiziaria, possono determinare un vuoto incolmabile nei giovani più fragili che, non sapendo come rispondere a ciò, scelgono di delinquere andando a cercarsi discutibili punti di riferimento in strada.
E’dunque sempre colpa della famiglia ?
La responsabilità che ha quest’ultima é molto grande. Nel primo caso per l’incuria, l’ignoranza, la mancanza di mezzi e strumenti per far fronte a un esercizio adeguato della potestà genitoriale.
Nel secondo caso per la superficialità, l’individualismo, la noia, la deresponsabilizzazione quando si sceglie di privilegiare la strada della concessione a oltranza a quella dell’educazione responsabile.
Un bambino delinquente é una responsabilità sociale.

Una mano sulla coscienza dovremmo quindi, a mio parere, metterla tutti indistintamente.

Cinzia Mammoliti

Aprile 20th, 2012|

About the Author:

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Laureata in Giurisprudenza nel 1993 con specializzazione in Criminologia, Psicopatologia forense e Psicologia criminale mi occupo di consulenza e formazione dopo aver lavorato per molti anni con donne e minori vittime di violenza.

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